Nuvole di Favole

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7.03.2006

NUVOLE DI FAVOLE - sette fiabe concatenate





1- DAGMAR IL DRAGO-BRONTOSAURO


Un giorno in una vecchia vecchia vecchia grotta, ci fu un terremoto, e in questa grotta dove per anni, decenni e secoli c’era stato solo ghiaccio, freddo ed immobilità, improvvisamente si aprì un varco in cui per la prima volta dopo tanto tempo entrò un raggio di sole.

Il sole con il suo calore penetrò dentro la grotta, e tutto il ghiaccio iniziò lentamente a sciogliersi.
In questo ghiaccio così antico era rimasto intrappolato un piccolo brontosauro, che si era addormentato tanti anni fa e non si era più svegliato.
Dopo tutto quel freddo improvvisamente il brontosauro iniziò a sentire un po’ di calore, e piano piano aprì un occhio, poi l’altro, e per la prima volta dopo tanti anni gli tornò la voglia di svegliarsi dal suo sonno.
Si stiracchiò lentamente, fece scrocchiare il collo, e si rialzò piano piano, muovendosi molto lentamente, come si muovono i brontosauri.
Il nostro brontosauro si chiamava Dagmar, ed era finito in quella grotta tanti anni prima, mentre stava giocando con un suo amico brontosauro a nascondino.
Dagmar, una volta risvegliatosi completamente, bevve un po’ d’acqua, fece la pipì, e decise di uscire dalla grotta a cercare il suo amico.
Ma fuori dalla grotta tutto era cambiato, evidentemente Dagmar aveva dormito più di quello che pensava.
Tutto intorno c’erano prati verdi e foreste, e lui a tutto quel verde non ci era abituato, ma decise che non era tanto male e iniziò ad andare in giro in esplorazione.
Gira che ti rigira, Dagmar arrivò nelle vicinanze di un lago. L’acqua sembrava calda e lui aveva proprio voglia di un bagnetto.
Si stava divertendo a nuotare, quando improvvisamente sentì molto rumore.
Sul bordo del lago c’erano degli strani animali schiamazzanti, erano bianco pallido, avvolti in qualcosa di morbido e colorato.
Facevano tanto rumore, si schizzavano, ridevano e giocavano.
Dopo un po’ di tempo i pallidi animali se ne andarono e ne rimase solo uno, addormentato sul bordo del lago.
Dagmar si avvicinò per guardarlo meglio, aveva la pelle liscia come quella di un serpente, ma era bianco-rosa, non aveva peli se non sulla testa, ed era un animale piccolo e buffo che camminava solo su due zampe.
Improvvisamente il pallido animale si risvegliò e aprendo gli occhi si accorse di Dagmar. Non disse niente, rimase immobile con gli occhi spalancati. Continuava a fissare Dagmar e non muoversi, e Dagmar iniziava ad annoiarsi e così decise di andarsene, perché quell’animale non era molto divertente.
Appena Dagmar girò la testa, l’animale pallido, si alzò velocemente e con uno scatto veloce si allontanò gridando a tutta velocità: Ahhh! Ahho! AAAAAhhhhoooooooo!
Gridava disperato. Dagmar si concentrò per capire, e senza sapere come, forse perché i brontosauri hanno la capacità di capire la lingua di tutti gli animali, lentamente capì quegli strani rumori, quell’essere pallido stava gridando: DRAGO!!
C’è un Drago, aiuto c’è un drago.
Cavolo, Dagmar ci rimase un po’ male, a lui drago non glielo aveva mai detto nessuno!
Vabbè che prima lui giocava tutto il tempo con gli altri brontosauri e non si era mai avvicinato così tanto ad altri animali… però da come urlava quell’animale pallido non sembrava che Drago fosse una bella parola!
Dagmar si sentiva un po’ offeso: “ma guarda se uno deve urlare in quella maniera per tutta la foresta dopo avermi guardato in faccia”. Gli sembrava un gesto di maleducazione, quell’animale non si era neanche presentato!
Dagmar se ne andò, fermandosi solo qua e là vicino alla cima di qualche albero per brucare un po’ di foglie.
Quando improvvisamente, vide un altro gruppo di piccoli animali pallidi.
Stavano camminando nella foresta.
Dagmar voleva provare a fare amicizia almeno con questi, magari saranno più simpatici di quel tipo strano vicino al lago.
-Buongiorno, disse educatamente.
Ma i piccoli animali pallidi lo guardarono terrorizzati e iniziarono a scappare da tutte le parti urlando: un Drago, un Drago, aiuto!
Dagmar iniziava ad arrabbiarsi: era solo, in un posto che non conosceva, e tutti gli animali che incontrava urlavano terrorizzati appena lo vedevano. Uffa!
Dagmar si sentiva solo, non sapeva dove andare e non c’era nessuno a cui chiedere un’informazione, per fortuna che c’erano tanti alberi e il buon cibo non gli mancava.
Dopo un po’ di tempo improvvisamente una folla di persone con dei bastoni pieni di fuoco si avvicinò. Erano tutti arrabbiati e gli mostravano i bastoni infuocati come una minaccia. Uno osò perfino avvicinargli il fuoco così tanto da bruciarlo. Dagmar si stancò e soffiò così forte da spegnere tutti i bastoni, così come un bambino soffia su una torta piena di candeline. Solo che uno dei bastoni invece di spegnersi volò via sopra un albero, e l’albero improvvisamente cominciò a bruciare!
“Avete visto il drago sputa fuoco e può bruciare tutto!!! Scappiamo scappiamo! Aiuto, aiuto!“
Dagmar si sentiva stanco e rintronato, molti alberi erano bruciati, gli animali pallidi avevano urlato tutta la notte e lui si sentiva sempre più solo e sconsolato.
Provò altre volte ad avvicinare quegli animali pallidi, in gruppo urlavano sempre più forte, allora Dagmar provò ad avvicinarne alcuni quando erano da soli. Si avvicinava lentamente, con gentilezza, sfoderando il suo miglior sorriso.
Ma non c’era niente da fare, puntualmente tutti scappavano terrorizzati.
Allora Dagmar iniziò a perdere la pazienza, e quando loro urlavano iniziò a urlare anche lui più forte che poteva, per fargli capire com’era sgradevole sentire urlare qualcuno. E piano piano Dagmar iniziò a divertirsi, capì che più urlava più quelli si spaventavano. E visto che si spaventavano comunque, tanto valeva che almeno lui si divertisse un pochino. E così che Dagmar diventò per tutti il terribile drago verde della foresta. Dagmar si nascondeva dietro gli alberi e quando spuntava un animale pallido gli faceva: Bu!!!
E puntualmente quello scappava terrorizzato a gambe levate!!
Allora Dagmar iniziò ad allenarsi a fare paura, imparò diversi tipi di urli, di smorfie, di digrignamenti sempre più spaventosi, poi iniziò a prendere pose buffe, quelle che aveva notato che facevano ancora più paura.
E così Dagmar pur rimanendo sempre solo, iniziò a divertirsi.
Soprattutto di notte, quando era molto buio, lui spuntava dai nascondigli all’improvviso e la gente rimaneva terrorizzata. Poi faceva dei versi strani, tipo il ruggito di un leone, così tutti pensavano che lui fosse crudele e feroce.
E Dagmar passava così le sue giornate: spaventando la gente a destra e a manca.
Finchè un giorno dietro un albero Dagmar trovò un bambino che quando lui fece Bù non si spaventò.
Dagmar gli fece le smorfie più spaventose che conosceva, ma quel bambino sembrava non avere affatto paura di lui.
Com’era possibile?
Dagmar faceva il cattivo e il bambino gli sorrideva?
Perché mai?
Il bambino si avvicinò sempre di più, senza paura, sorridendo e guardandolo negli occhi. E Dagmar già sentiva che in un certo modo quel bambino gli stava già simpatico.
Il bambino si avvicinò e gli accarezzò il grosso naso.
Dagmar iniziò a studiare quel bambino, a guardarlo bene, era così piccolo e mingherlino, iniziò ad annusarlo e scoprì che quel bambino sapeva di buono. Sapeva di buono non nel senso che era buono da mangiare, ma aveva l’odore di qualcosa di buono, cioè che non è cattivo.
Il bambino continuava a sorridere, e senza nemmeno accorgersene Dagmar iniziò a sorridere pure lui.
Il bambino chiese: “Come ti chiami?”
“Dagmar” – rispose Dagmar.
Dagmar si accorse che era passato tanto tanto tempo, da quando qualcuno lo aveva chiamato per nome, o gli aveva chiesto come si chiamava, e si accorse che gli era mancato tanto sentirsi chiamare da qualcuno col suo vero nome, invece che sentirsi sempre chiamato Drago.
-Io mi chiamo Adriano, disse il bambino.
E Dagmar capì di aver finalmente trovato un amico.
Da allora in poi Dagmar non si sentì più solo, perché aveva finalmente qualcuno con cui giocare, e parlare, e non desiderò mai più fare paura alla gente, ma voleva solo giocare e divertirsi con il suo nuovo piccolo amichetto pallido e senza peli.

2- UN AMICO IMMAGINARIO

Ma chi era Adriano il bambino mingherlino? E qual’era la sua storia?
Adriano era figlio unico, nato in una famiglia di gente che ha da fare.
Come tutti sanno, esiste la gente che ha da fare e la gente che non fa mai niente.
Ogni categoria ha il suo lato positivo e negativo, ma Adriano, che era nato in una famiglia di gente che ha da fare, supponeva che erano più felici i bambini che vivono in una famiglia di gente che non fa mai niente.
Ma in realtà non è così, ogni situazione può essere felice o triste a seconda di chi la guarda, perché la felicità o la tristezza sono come le lenti a contatto, se uno si mette le lenti a contatto felici vede tutto felice, se uno si mette le lenti a contatto tristi vede tutto triste, dipende da che lenti si hanno in quel momento.
Comunque di solito Adriano aveva le lenti a contatto medie… ovvero un po’ felici e un po’ tristi. E con le lenti a contatto medie lui si trovava bene ed era abbastanza contento.
Un giorno però, non sapeva nemmeno lui il perché, Adriano si era svegliato con le lenti a contatto tristi e non riusciva più a toglierle. Non sapeva perché era così triste, ma non era più capace di sorridere.
Era come se il mondo fosse privo di gioia all’improvviso. Dove se ne era andata tutta la gioia? La gioia se ne era andata a giocare con gli altri bambini ed Adriano era rimasto solo soletto con la sua tristezza.
Improvvisamente si sentiva troppo solo, e gli dava fastidio che tutti avessero sempre da fare. Strano perchè lui c’era abituato, giocava volentieri da solo con i suoi dinosauri di plastica, però adesso anche quel gioco era meno divertente.
Di notte faceva sogni sempre più reali, di quelli che quando ti svegli non capisci dove sei perché credevi che il sogno fosse vero.
Adriano si svegliava sempre più a fatica, e ogni volta che si svegliava aveva una forte delusione, allorchè si accorgeva che i dinosauri erano rimasti tutti nei suoi sogni e nella realtà da svegli i dinosauri non c’erano.
Una notte successe una cosa strana, mentre sognava i suoi dinosauri Adriano si accorse che uno dei dinosauri era scappato dal suo sogno.
Aveva aperto una finestra sulla realtà ed era uscito fuori come se niente fosse.
Adriano si svegliò di scatto, e iniziò a cercare per tutta la stanza in cerca di quel dinosauro scappato dai suoi sogni, ma niente, non lo riusciva a trovare.
Un giorno però mentre era ai giardinetti a fare una passeggiata vide un enorme brontosauro che correva in lungo e in largo cercando di spaventare tutti quelli che incontrava.
Adriano lo iniziò a seguire di nascosto: cavoli quello sembrava proprio il Brontosauro dei suoi sogni, come aveva fatto a finire ai giardinetti pubblici?
Boh! Mistero!
Un enorme brontosauro girava per i giardinetti pubblici, ma molti sembravano non vederlo, lo vedevano solo alcuni bambini. Il brontosauro sembrava arrabbiato e faceva a tutti Aargh! Come se volesse a tutti costi spaventare la gente.
Eppure quel brontosauro spaventevole aveva degli occhi buoni e tristi. Adriano capì subito che quell’enorme dinosauro era come lui, cioè indossava le lenti a contatto della tristezza e non riusciva più a levarsele.
E così Adriano pensò che forse, se lui avesse fatto amicizia col brontosauro, la loro tristezza sarebbe un pochino diminuita e forse quell’enorme dinosauro non avrebbe più avuto voglia di fare paura alla gente. Adriano sentiva che doveva farlo, in fondo era colpa sua se il brontosauro era scappato nella realtà a spaventare i bambini, doveva assolutamente rimediare.
Lo osservò senza paura, perché lui sapeva che quel brontosauro non era vero, ma era semplicemente scappato dalla sua immaginazione, e che quindi non gli poteva fare del male.
Si avvicinò, guardandolo fisso in quegli occhioni enormi opachi di tristezza e accarenzandogli il muso gli sorrise. Adriano sorrise con un sorriso che voleva dire: anch’io sono triste come te, perché non facciamo amicizia e così non siamo più tristi?
Il brontosauro si fermò a guardarlo incuriosito, lo annusò e cercò di sorridere anche lui.
Come ti chiami? -chiese Adriano.
Dagmar- rispose il brontosauro.
Io mi chiamo Adriano- rispose Adriano.
Questo fu l’inizio di una bella amicizia, Adriano adesso non aveva più bisogno di giocare con i dinosauri di plastica, perché ora aveva un dinosauro grande, bello e vivo con cui giocare! Inoltre il bello dei dinosauri che scappano dai tuoi sogni, è che sono proprio come li hai sempre sognati. Dagmar era grande e verde, col musone largo e tondo, gli occhioni grandi grandi grandi, con le pupille verde scuro e uno sguardo buono e simpatico. Piano piano i suoi occhi non furono più opachi di tristezza e diventarono lucidi di allegria.
Adriano e Dagmar iniziarono a passare tutto il loro tempo insieme, certo nessuno poteva vedere Dagmar a parte Adriano, ma a lui non importava, l’importante era avere qualcuno che aveva tutto il suo tempo libero per giocare con lui… e che giochi!!! Adriano lo cavalcava, poi scivolava giù lungo la sua schiena e la sua coda, poi faceva l’altalena o il salto della corda con quell’enorme codone. Poi giocavano a nascondino, solo che trovare Dagmar era troppo facile perché lui era troppo grande per riuscire a nascondersi bene, spuntava sempre una zampa o un ditone.
Ma ad Adriano non importava ed anche se lui lo trovava subito, faceva finta di cercarlo per un po’, tanto per permettere anche a Dagmar di divertirsi.
Alle volte Adriano e Dagmar andavano anche ai giardinetti a giocare, lì c’erano anche degli altri bambini, ma Adriano preferiva giocare con Dagmar, che era il suo migliore amico ed era anche di sicuro l’unico brontosauro nei paraggi.
Facevano dei giochi bellissimi, e Adriano pensava che non ci fosse nulla di meglio al mondo che giocare con un amico immaginario, e che d’ora in poi non sarebbe rimasto a giocare da solo mai più.

3- AMICI VISIBILI

Ai giardinetti, dove andava sempre a giocare Adriano con Dagmar, c’erano sempre anche altri bambini e bambine. Questi bambini giocavano tutto il giorno tra di loro e sembravano divertirsi anche tanto, anche se poi spesso litigavano pure, e talvolta si azzuffavano. Adriano li guardava dall’alto in basso, lui era sicuro che con Dagmar non ci avrebbe litigato mai, perché Dagmar gli voleva bene e faceva sempre di tutto per renderlo felice. Adriano si era convinto che gli amici immaginari sono sempre molto meglio dei bambini veri, i bambini veri fanno i capricci, i dispetti, qualche volta urlano e piangono, e sono spesso una seccatura.
Un giorno però una bambina vera, una bimba buffa con i capelli a caschetto e una fascia per capelli lilla, iniziò a seguire Dagmar e Adriano. Li osservava da lontano, li seguiva, non si perdeva una parola di quello che dicevano e spiava tutto quello che facevano.
Adriano era sospettoso, perché quella bambina non si faceva i fatti suoi?
E poi perché li osservava, forse anche lei riusciva a vedere Dagmar? Se anche lei lo vedeva, sicuramente moriva dalla voglia di giocarci pure lei, visto che Dagmar era l’unico Brontosauro che frequentava i giardinetti, ed anche di sicuro il più simpatico.
Adriano era geloso, geloso da morire, l’idea che quella bambina volesse giocare col suo Dagmar lo faceva impazzire.
Dagmar era il “suo” brontosauro e il “suo” migliore amico, Dagmar era scappato dai “suoi” sogni, era di diritto il brontosauro di Adriano e lui non voleva che giocasse con nessun altro mai: Dagmar era solo suo, era lì per lui e guai a chi glielo voleva rubare!!!!
Adriano era nervoso, si guardava sempre intorno con la paura che prima o poi la bambina con la fascia lilla si sarebbe avvicinata a Dagmar e gli avrebbe chiesto come si chiamava. Adriano sapeva, che quando qualcuno conosceva il nome di un brontosauro era un po’ come possederne una piccola parte, perché quando lo si chiamava per nome, Dagmar non poteva fare a meno di rispondere. Quella bambina avrebbe iniziato a chiamare Dagmar spessissimo, e lui avrebbe iniziato a risponderle, a parlarle e alla fine avrebbe iniziato a giocare anche con lei. E poi chissà, magari quella bambina conosceva più giochi di Adriano, e magari era molto simpatica e sapeva giocare meglio a nascondino, forse avrebbe lasciato vincere Dagmar più spesso e lui si sarebbe divertito di più con lei che con Adriano…
Adriano iniziò senza volerlo ad indossare le lenti a contatto della gelosia, e vedeva dappertutto la bambina dalla fascia lilla, prima era dietro a un albero, poi su una panchina lì vicino, era sempre lì, sempre ad osservarli con quegli occhi sgranati e un sorriso tipico di chi capisce tutte le cose del mondo.
Adriano odiava la bambina dalla fascia lilla, era così carina, così allegra, così sempre sorridente che Adriano era matematicamente sicuro che Dagmar avrebbe preferito essere il dinosauro di quella bambina lì, così simpatica, buffa ed allegra.
Adriano era imbronciato, e iniziava ad aggrottare le sopracciglia anche quando giocava con Dagmar. Era così nervoso e preoccupato che iniziò a pensare di non andare più a giocare ai giardinetti, perché lì c’era troppa gente. Adriano stava benissimo da solo con Dagmar, loro due non avevano bisogno di nessuno: Uffa!!!
E così per vari giorni Adriano decise di non andare ai giardinetti. Rimase a casa a giocare da solo con Dagmar, però c’era qualcosa che non andava. Dagmar ritornò ad avere gli occhioni opachi di tristezza. Adriano cercava di consolarlo, di farlo divertire, di farlo perfino vincere a nascondino, ma Dagmar sembrava avere qualcosa che non andava, era irrimediabilmente ed indubbiamente triste.
Adriano era preoccupato per Dagmar, ma era anche preoccupato che Dagmar avesse in qualche modo nostalgia della bambina colla fascia lilla. Cavolo, Dagmar si era così abituato alla presenza di quella bambina, che forse preferiva ritornare a giocare ai giardinetti.
Adriano ci tornò a malincuore, praticamente fu Dagmar a trascinarlo. “Dai vieni- diceva Dagmar- ci divertiremo di più, e magari faremo anche delle nuove amicizie, non ti farebbe piacere giocare anche con dei bambini veri?”
Adriano batteva i piedi, e diceva di no, che lui non voleva giocare con nessuno a parte Dagmar, ma Dagmar non voleva sentire ragioni, lui voleva andare ai giardinetti a tutti i costi.
Arrivati ai giardinetti, eccola lì, puntuale come un orologio svizzero, c’era la bambina dalla fascia lilla, che sorrideva tutta felice, saltellando e sorridendo come se avesse visto chissà quale cosa meravigliosa. Adriano era sicuro che quella terribile bambina stava facendo tutte quelle feste per il ritorno di Dagmar, ed era ancora più geloso.
Così Adriano cercò di andare a giocare dietro una siepe, tanto per non essere troppo al centro dell’attenzione, ma non c’era niente da fare, la bambina dalla fascia lilla continuava a seguirlo come un ombra.
“Ma si può sapere che cosa vuoi da me?”- sbottò esasperato Adriano.
“V… vuoi giocare con me?”- disse timidamente la bambina dalla fascia lilla.
Adriano la guardò sospettoso.
“Tu non vuoi giocare con me, vuoi giocare con Dagmar”.
“???” rispose la bambina.
“Sì tanto io non ci casco, io e Dagmar adesso ce ne andiamo”
“Dagmar è l’amico invisibile con cui parli sempre?”
“Dagmar non è il mio amico invisibile, Dagmar è il mio brontosauro! – rispose puntiglioso Adriano.”
“Davvero?” -rispose affascinata la bambina dalla fascia lilla.
“Vuoi dire che tu non sapevi che Dagmar è un brontosauro? Che tu non lo riesci a vedere?” –disse Adriano.
“No, ma anch’io ho il mio amico invisibile, si chiama Cartis ed è il mio cuscino. Solo che lui non mi segue tutto il giorno, ci vediamo solo alla sera quando vado a dormire, e di giorno a dire il vero mi manca tanto e mi sento un po’ sola, allora così, visto che anche tu parli sempre con un amico invisibile, pensavo che magari… forse… non so… magari volevi giocare anche un po’ con me che mi puoi vedere. Io di sicuro sono più brava del tuo amico a giocare a nascondino, perché io non posso mai diventare invisibile, o almeno finora non ci sono mai riuscita.”
Adriano la guardò come se la vedesse per la prima volta, la bambina con la fascia lilla voleva giocare con lui? Voleva giocare con lui, che era un semplice bambino, invece che con Dagmar? Certo giocare a nascondino con un bambino vero poteva essere più divertente… non ci aveva mai pensato.
“Ma se noi due giochiamo insieme, Dagmar si annoierà”.
“Facciamo giocare anche Dagmar con noi, ti va?”
E così iniziarono a giocare a nascondiglio tutti insieme, ed in effetti la bambina con la fascia lilla, che in realtà si chiamava Chiara, si nascondeva meglio di Dagmar. Perché lei era più piccola, e non aveva quell’enorme coda che le spuntava da tutti i nascondigli.
Continuarono a giocare alla stessa ora tutti i pomeriggi, e si divertivano. Chiara era molto simpatica e conosceva un sacco di giochi nuovi.
Dagmar era strano in quei giorni, ogni giorno sembrava sempre più basso, più piccolo e la sua coda si faceva sempre più corta. Un pomeriggio, giocavano a nascondiglio e non riuscirono a trovare Dagmar da nessuna parte. Lo cercarono, lo cercarono, lo cercarono, ma niente non riuscivano a trovarlo. Finchè Adriano sentì una vocina piccola, piccola, piccola che veniva dal basso. E sotto un ciuffo d’erba Adriano vide un Dagmar piccolo piccolo, grande quanto un dinosauro di plastica.
“Come mai sei diventato così piccolo?”
“Per nascondermi meglio”- rispose Dagmar.
“Ma adesso sei diventato troppo piccolo per giocare a nascondiglio!”
E così Dagmar confessò l’incofessabile, in realtà lui aveva voglia di giocare con gli altri dinosauri di plastica, perché anche loro hanno la coda e con loro lui poteva giocare ad armi pari.
Adriano trovò giusto che Dagmar volesse giocare anche con qualche dinosauro e non solo con dei bambini, e così gli dette il permesso di andare a giocare con chi voleva, tanto loro si potevano vedere ogni volta che volevano, o male che vada, si potevano sempre vedere la notte nei sogni.
Si abbracciarono e poi Adriano andò a giocare con Chiara, e Dagmar andò a giocare con tutti i dinosauri invisibili dei giardinetti. Poi di sera, nei sogni, Dagmar raccontava ad Adriano tutte le nuove avventure che aveva vissuto, i dinosauri che aveva conosciuto. Ed Adriano si divertiva un sacco a sentire quei nuovi racconti, ed era felice che Dagmar fosse ritornato nella sua immaginazione, tanto ora nella realtà c’era Chiara ed era bello avere un’amica nella realtà e un amico nella fantasia e poter scegliere con chi giocare a seconda dei momenti.
E così Adriano iniziò ad avere più amici tra cui scegliere, e imparare tanti nuovi giochi e nuovi racconti da ognuno di loro.

4- LA FASCIA LILLA

Chiara era una bambina, ma non una bambina come tante… era la bambina con i capelli più lunghi del mondo.
Aveva i capelli che le arrivavano fino ai piedi, dei lunghi lunghi lunghi capelli castano dorato.
Aveva 5 anni e tre mesi e in tutta la sua lunga vita non si era mai tagliata i capelli.
Era solita legarsi i capelli con due lunghe lunghe trecce, chiuse con due bei fiocchetti rossi.
Per tutti Chiara era la ragazzina dai capelli lunghi–lunghi.
E lei si pavoneggiava con le sue trecce ondeggiandole, giocandoci, portandole un po’ davanti alle spalle e un po’ dietro la schiena. Portando i capelli un po’ legati e un po’ sciolti.
Sbatteva i suoi grandi occhioni blu e tutti i bambini e le bambine la guardavano e le sorridevano.
Era simpatica a tutti, tutti le chiedevano sempre come mai aveva i capelli così lunghi, qual’era la sua storia, se era difficile pettinarli… insomma le solite domande che fai ad una bambina coi capelli più lunghi del mondo.
Un giorno però successe una cosa terribile, o almeno terribile per Chiara. Mentre camminava felice e spensierata si accorse che iniziava ad inciampare, che i capelli ormai erano diventati troppo lunghi, ma Chiara cercò di superare il problema facendo finta di niente. Camminava più adagio badando bene a dove metteva i piedi.
A un certo punto, mentre Chiara camminava sempre più adagio, successe l’irrimediabile: i suoi meravigliosi capelli si appiccicarono ad una gomma da masticare che stava per terra. Chiara non poteva credere ai suoi occhi! Mentre stava camminando a un certo punto si sentì tirare, si guardò indietro ed ORRORE!!! I suoi bei capelli tutti impiastricciati!
Chiara aveva sempre, e dico sempre, odiato i bambini che sputano le gomme da masticare per terra, ma mai avrebbe pensato che una gomma da masticare poteva essere pericolosa per i suoi magnifici capelli lunghi.
Cosa fare?, come fare?, chi chiamare?, come muoversi da lì senza strapparsi tutti i capelli?
Chiara era nel pallone, ovvero non sapeva proprio che fare.
“Aiuto -iniziò a gridare – aiuto.”
Fatto sta che in quella strada, in quel momento, non passava nessuno, e Chiara ebbe paura di rimanere lì chissà quanto tempo immobilizzata con i capelli appiccicati al pavimento!
Ed ecco che all’improvviso comparve un enorme cuscino azzurro, che iniziò a parlarle per incoraggiarla a non avere paura.
Cartis era il cuscino di Chiara, ma anche il suo amico immaginario preferito, e la fortuna di avere un amico immaginario è quella di poterlo chiamare e farlo comparire ogni volta che si vuole, in qualsiasi momento, anche quando tutti gli altri amici sono lontani.
Cartis era lì con Chiara a tenerle compagnia, e Chiara si sentiva meno sola e meno sfortunata.
Cartis e la mamma glielo avevano detto tante volte che si doveva tagliare i capelli, che erano ormai troppo lunghi, ma Chiara non ne aveva mai voluto sapere, lei voleva essere la ragazzina coi capelli più lunghi del mondo. Infatti si era convinta che lei stava simpatica agli altri bambini a scuola, solo perché aveva quei magnifici capelli lunghi, che tutti le invidiavano. Che, se si fosse tagliata i capelli, gli altri bambini non la avrebbero nemmeno più riconosciuta, e poi lei sarebbe diventata una bambina normale, uguale a tutti gli altri.
Mumble… Mumble… pensò Chiara pensierosa: che fare?
Cartis tenendola per mano, le disse solennemente che non c’era altra soluzione se non quella di tagliarsi i capelli!!!
Aaargh!!!
Ma Chiara non poté fare altro che acconsentire, non c’era proprio altra soluzione.
Così Chiara pregò Cartis di andare a chiamare la mamma. La mamma arrivò, guardò i capelli, guardò la gomma da masticare e guardò Chiara che non si poteva muovere. La mamma, come tutte le mamme, capì al volo la situazione e tornò subito dopo con un enorme forbicione.
Chiara era spaventata: “Mamma non tagliare troppo corti, mamma stai attenta, non mi fare male, mamma ho paura, ma lo dobbiamo proprio fare?”
Chiara piangeva, ma la mamma la tranquillizzava e le iniziò a raccontare una fiaba per distrarla.
Chiara presa dal racconto della bella fiaba della mamma non si accorse più del taglio di capelli.
La fiaba finì, Chiara si era calmata, e sorrise grata per il bel racconto che le era stato regalato.
La mamma però tornò seria: ”sai Chiara sei molto carina così, mi piaci un sacco con i capelli corti”.
-“Corti? Quanto corti???”
-“Il punto è che la gomma si era tutta impiastricciata, e i capelli ormai erano troppo ingarbugliati e rovinati e quindi ho dovuto accorciare un po’ di più.”
Chiara era spaventata: “uno specchio, dov’è uno specchio?”
Si mosse velocemente cercando una vetrina, un qualsiasi pezzo di vetro nel quale specchiarsi, e si accorse immediatamente, che si sentiva più leggera, sentì un fresco alla nuca cui non era abituata.
-Mamma ma quanto hai tagliato??
E finalmente ecco una vetrina… il cuore le iniziò a battere forte forte, una goccia di sudore le scese dalla fronte: “coraggio, vediamo che aspetto ho adesso”.
I capelli erano corti, tanto tanto più corti, le arrivavano giusto al collo e lei si sentiva e si vedeva diversa.
Non era più Chiara la bambina dai capelli più lunghi del mondo, adesso chi era? Aveva dei capelli normali, due occhi normali, era una bambina come ce ne sono tante altre e nessuno mai si sarebbe ricordata più di lei.
Chiara stava ferma davanti alla vetrina, ma grossi lacrimoni le scendevano dagli occhi, la mamma la guardò e la abbracciò forte forte.
“Chiara tesoro tu non ti devi preoccupare, tu rimani speciale a prescindere dai tuoi capelli, dai tuoi vestiti o da qualsiasi altra cosa, tu sei speciale dentro, sei speciale per come sorridi, per come guardi le persone, per come parli, per le cose carine che dici.”
“Sì mamma ma come fanno gli altri bambini a sapere che io sono speciale se non mi conoscono, mica tutti i bambini della scuola hanno parlato con me, ma tutti si ricordavano di me per i miei capelli.”
“Chiara, -disse la mamma- non è importante che si ricordino di te per i tuoi capelli, ma è importante che tu cerchi di parlare con più bambini possibile, così quei bambini si ricorderanno di te per sempre. Gioca con gli altri bambini, e scoprirai che non ti ricordi di loro per i loro capelli, ma per come giocano con te, per come sono simpatici e gentili. Dai, prova ad andare ai giardinetti, e cerca di fare amicizia con almeno un bambino, vedrai che non è poi così difficile.”
“Ma con questi capelli mi sento strana, e poi mi vanno tutti davanti agli occhi”.
La mamma allora si levò una scarpina di cotone dal collo, una scarpina lilla, dello stesso colore dei fiorellini di campo. “Tieni Chiara li possiamo sistemare con questa.” La mamma le sistemò la sciarpina in testa come fosse una fascia per capelli.
-“Guarda ti piace?”
Chiara si guardò nella vetrina, e aveva una bellissima fascia lilla nei capelli, era carina dopotutto, e quello che aveva detto la mamma era vero, doveva trovare dei bambini con cui giocare e parlare, in modo che i bambini le volessero bene così come era.
E questa è la storia di come Chiara dai capelli lunghi-lunghi diventò la bambina con la fascia lilla, prima ancora di diventare Chiara l’amica di Adriano.

5- UNA MAMMA DA BAMBINA



La mamma di Chiara nascondeva un segreto, in realtà non era come tutti pensavano una donna adulta con una sua famiglia e un lavoro. La mamma di Chiara in realtà era Angela, una bambina dagli occhi blu, che un giorno, quando aveva dodici anni aveva subito un incantesimo: l’incantesimo del tempo.
Angela si era ritrovata improvvisamente nel corpo di un adulta, non sapeva neanche lei come. Tutti la trattavano come se fosse grande e credevano che lei fosse una donna.
Angela si divertiva molto, adesso poteva fare cose che quando era una bambina non le lasciavano fare. Poteva improvvisamente uscire da sola, guidare la macchina, non andare più a scuola e trovarsi un lavoro. Poteva mangiare all’ora che voleva, vedere la tv fino a tardi, era felicissima.
Un giorno però si accorse che gli altri bambini non volevano più giocare con lei perché lei era “Grande”.

Angela ci rimase molto male, disse a tutti i bambini che lei non era grande, che quello era solo un travestimento. C’era un solo bambino che sembrava crederle, ma voleva una prova: “Se tu sei veramente una bambina travestita da grande, allora ritorna come eri prima”.
Angela disse che non c’erano problemi, lo avrebbe fatto subito. Provò a concentrarsi e a desiderare intensamente di tornare piccola. Ma niente.
Una vecchia saggia che aveva osservato Angela da lontano, la avvicinò e le disse che lei sapeva cosa era successo.

La vecchia Obaba raccontò che anche a lei da piccola avevano fatto l’incantesimo del tempo e che, purtroppo, nessuno al mondo può ritornare indietro perché l’incantesimo è irreversibile.
Angela si sentì crollare il terreno sotto i piedi.
Era spaventata da morire, lei si divertiva un sacco a fare la grande… ma non aveva mai pensato che sarebbe rimasta grande per sempre. Lei amava giocare ai giardinetti con i suoi amichetti… le piaceva giocare a nascondino, a un due tre stella, e soprattutto alle belle statuine che era il suo gioco preferito…
AAARGH!!!!!
Cosa ne sarebbe stato ora di lei? Intrappolata in quel corpo troppo alto anche solo per entrare nella casetta dei giochi?
Sì certo mettersi i tacchi, la gonna lunga e il reggiseno era divertente, ma dopo un po’ era stancante, i tacchi le facevano male ai piedi, e il reggiseno la faceva sentire come ingabbiata.
Che fare? Il bambino con cui aveva parlato non le credeva più, nessuno le credeva, tutti erano convinti che lei fosse grande.
La vecchia Obaba, le fece una carezza sulla testa: Non ti preoccupare Angela, andrà tutto bene, vedrai, piano piano diventerai grande sul serio, e non ti mancherà più essere una bambina.
Ma Angela non le credeva, non credeva più a nessuno, la avevano ingannata, tutti quanti le avevano detto solo una marea di bugie. Nessuno la aveva avvisata del rischio che correva, nessuno la aveva preparata a questo brusco cambiamento, e soprattutto nessuno e aveva mai detto che nessuno avrebbe più giocato con lei.
Angela pianse lacrime silenziose e soffocate, che si accumularono tutte in gola, in un piccolo serbatoio che sembrava voler scoppiare.
Quella grande bambina dagli occhi blu, aveva la sensazione di non sapere più niente, non sapeva più come comportarsi, e non sapeva come gli altri la avrebbero trattata. Sembrava che tutti la guardassero in maniera diversa. Inoltre in quel corpo così ingombrante Angela rischiava spesso di farsi male, sbatteva dappertutto, facendosi dei grossi lividi alle ginocchia e sulla fronte.
Una volta urtò contro una porta così forte, che la fronte sembrava esplodere, un dolore enorme, che si placò solo allo spuntare di un enorme bernoccolo.
Un giorno quando ormai Angela aveva perso le speranze e si era rassegnata a essere grande per tutta la vita e a non giocare più, avvenne una cosa inaspettata.
Angela conobbe un uomo che le raccontò una storia molto simile alla sua. Quest’uomo che pure sembrava grande e grosso, le raccontò di essere anche lui un bambino travestito da grande, e che loro due forse si potevano fare compagnia a vicenda e giocare insieme.
Angela faceva fatica a credergli, ma quando lo vide giocare capì che non aveva mentito, era proprio un bambino anche lui. Quest’uomo grande e grosso in realtà era un bambino di nome Fabio. Angela e Fabio iniziarono a frequentarsi sempre più spesso, e un giorno quando ormai avevano deciso che sarebbero stati amici per sempre, decisero che per avere tanti bambini con cui giocare forse l’unico modo era creare una famiglia.
E così Angela e Fabio divennero una mamma e un papà, ebbero una bambina che chiamarono Chiara, una bellissima bambina dai capelli lunghi lunghi.
Angela adorava giocare con Chiara, avevano creato insieme un sacco di amici immaginari, e inoltre Angela si dilettava a inventare storie per la sua bambina. Le sue storie preferite erano quelle sulle farfalle, e la storia preferita di Chiara si chiamava…

6- ...IL SOGNO DI UNA FARFALLA



La legge dei bruchi spiega che tutti i bruchi sono uguali, ma Cara, vedeva così tante differenze… Ognuno con i suoi colori, le sue forme, in realtà in tutto il pianeta dei bruchi non esisteva un bruco uguale a un altro. Anche se due bruchi potevano sembravare uguali, quando Cara si concentrava riusciva a trovare le differenze anche tra due gemelli, perché alla fine delle differenze c‘erano sempre. E allora perché volevano che si vestissero tutti uguali, che si lisciassero il pelo tutti nello stesso verso, che mangiassero tutti le stesse cose?
Cara diceva tutto questo alla maestra, la quale rassegnata la lasciava parlare senza darle importanza.
Uffa! Nessuno le dava mai ascolto… o parlava di quello di cui parlano di solito i bruchi o niente, anche gli argomenti dovevano essere tutti uguali, certo nessuna legge lo specificava, ma era così, visto che nessuno voleva mai parlare di qualcosa di diverso dal nuovo colore di bruco che andava di moda quell‘anno.

Che noia… per ammazzare il tempo Cara leggeva storie sulle farfalle. Ah! Le storie sulle farfalle erano le sue preferite, gli altri bruchi la prendevano in giro: „Cara vuole diventare una Farfalla! Cara dove hai lasciato le ali stamattina?“
Ma Cara non gli dava importanza, loro certe cose non le capivano, a loro non interessa altro che essere il bruco più colorato, avere una foglia tutta loro da brucare o avere un bruco con cui brucare.
Cara invece sognava di volare, sognava macchie di colori invece che ordinate righe colorate, in fondo si sentiva anche un po‘ superiore agli altri, le cose che immaginava lei in pochi minuti, erano molto più divertenti di tutto quello che facevano di interessante gli altri bruchi per intere settimane.
Una volta in un libro Cara trovò una vecchia leggenda che diceva che un tempo tutti i bruchi diventavano farfalle, oh non sarebbe meraviglioso se fosse vero?
Perfino la mamma e il papà quando Cara parlava di diventare una farfalla e delle antiche leggende non facevano che ridere. Non lo facevano con cattiveria, solo che per loro parlare di farfalle era davvero inconcepibile. La mamma alle volte si preoccupava, perché sua figlia non voleva essere un bruco come tutti quanti? Perché sua figlia era sempre insoddisfatta?
Alle volte Cara piangeva, quando pensava al fatto che non avrebbe mai volato, mai avuto le ali, si chiudeva nella sua tana col suo barattolo di foglie essiccate e si abbuffava, e allora un po‘ di buonumore ritornava. Chiudeva gli occhi e iniziava a immaginare di muoversi come una farfalla, ma non era affatto facile strisciare per terra con le movenze di una farfalla. Rotolava, si dimenava ma era tutto inutile.
Qualche volta Cara tentava di uscire con gli altri bruchi, voleva integrarsi, non parlare più di farfalle e vedere che effetto faceva. Ma si sentiva solo una farfalla senza ali che parlava con dei bruchi che non avevano nemmeno idea di cosa sia il volo.
Niente, non c’era niente da fare, poteva solo essere un bruco, e continuare a brucare con tutti gli altri per tutta la vita. Solo che l’idea di brucare e basta era senza senso per lei, così piangeva e mangiava foglie essiccate quando nessuno la vedeva. Sigh! Alle volte era veramente troppo triste.
Un giorno decise che triste per triste, conveniva rinunciare alla sua foglia sicura e alla pappa preparata dalla mamma. Tanto tutto questo non la rendeva comunque felice. Litigò tanto con i suoi genitori, ma alla fine ottenne il permesso di fare un viaggio. Cara voleva vedere il pianeta dei bruchi con i suoi occhi, chissà se da qualche parte c’era davvero un bruco uguale a lei, chissà se da qualche parte i bruchi erano davvero tutti uguali.
Partì col suo piccolo bagaglio e i risparmi di quello che non aveva speso dalla sua paghetta e andò un po’ in giro.
Non tutte le foglie erano comode come quella dei suoi genitori, e elle volte la famiglia le mancava, però imparò tante cose, le regole non erano uguali in tutti i paesi dei bruchi. E andando in giro, alle volte incontrava bruchi che avevano viaggiato più di lei, bruchi che si interessavano di tante cose, e qualcuno sognava anche di volare. In alcuni paesi esistevano musei del volo, e un anziano bruco incontrato una volta su uno stagno, raccontava di aver visto in gioventù un gruppo di farfalle volare tutte insieme, ed ognuna aveva le ali di colore diverso. Cara rimaneva ad ascoltare il vecchio bruco per ore intere, lei non aveva mai nemmeno pensato che le farfalle potessero avere le ali di colori tutti diverse tra loro. Ah… era tutto così affascinante!
Piano piano Cara iniziò a chiedersi come facevano i bruchi delle leggende a diventare farfalle. E raccogliendo informazioni qua e là iniziò a farsene un’idea. Chi diceva che un bruco dovesse morire per diventare farfalla, chi diceva che dovesse dormire e chi concentrarsi … Chissà se un bruco sa quando diventa farfalla o lo diventa per caso? Il vecchio bruco diceva che si diventa farfalle solo quando uno sa così tante cose del volo da imparare a volare anche senza avere le ali. E questa soluzione sembrò a Cara la più convincente, inizio quindi a studiare, a raccogliere materiale, e ben presto il volo non fu più solo una fantasia ma qualcosa che sembrava sempre più concreto. Ora quando imitava il movimento di una farfalla, forse non riusciva comunque a farlo, ma almeno nella sua testa conosceva le più piccole sfumature dei movimenti che c’erano da fare.
Lei ce la metteva tutta per imparare tutto sul volo, e alle volte era veramente estenuante, era difficile trovare nuove informazioni, e soprattutto difficile trovare da mangiare, i soldi della paghetta ormai erano finiti, Cara cercava di non spendere niente, ma era un’impresa quasi impossibile.
Una sera mentre immaginava di volare Cara si addormentò per terra al freddo, senza una coperta, ma nemmeno se ne accorse, era troppo presa a volare, quel sogno durò molto a lungo, e il freddo le indurì le membra. I vecchi amici che la trovarono in quella situazione ebbero paura, tentarono di svegliarla, di sbloccarla, e temettero per la sua vita. Intorno a lei si era creato un bozzolo e tutti credettero fosse morta.
Invece Cara si risvegliò, ruppe il suo bozzolo e ne uscì fuori più bella di prima.
Era così felice, adesso aveva un paio di ali coloratissime. Andò a cercare tutti i suoi amici per salutarli, e raccontargli tutto, ma gli altri non la vedevano. Lei urlava, li chiamava, bussava alla loro porta, ma nessuno la sentiva, solo il vecchio bruco disse che gli sembrava di aver visto qualcosa volare via da casa sua, ma nessuno gli credette mai.
Cara era felice ma al tempo stesso disperata, era come se lei non esistesse più. Ora poteva volare certo, ma sarebbe rimasta sola per sempre?
Volò via disperata e sola, ormai si era rassegnata, quando improvvisamente alcune farfalle le vennero incontro. No che non era sola, quello era il mondo delle farfalle, purtroppo però i bruchi non riuscivano a vederlo.
Ma chi erano tutte quelle farfalle?
Erano sempre state così o come lei un tempo erano state bruchi?
La portarono dalla farfalla anziana, la vecchia Lepidottera, e a lei Cara rivolse tutte le sue domande.
Lepidottera le accarezzò la testa e con dolcezza rispose che sempre meno farfalle venivano dal mondo dei bruchi, perché i bruchi stavano dimenticando col tempo che cos’era il volo.
Che ogni bruco ha sempre avuto la possibilità di diventare farfalla, ma spesso si accontentano di brucare la loro foglia e non vogliono altro…

7- COME LE NUVOLE




Chiara, Adriano e Dagmar adoravano sentir raccontare le fiabe da Angela.
Stavano le ore ad ascoltarla, e le dicevano: Dai ci racconti un’altra storia? Ti preeeeego!!!
La loro fiaba preferita parlava di un bruco che si chiamava Cara, che voleva imparare a volare. Ma i bruchi non hanno nemmeno le ali, quindi quello di Cara non poteva che rimanere solo un sogno. E invece, inaspettatamente, alla fine Cara, dopo aver tanto desiderato volare, riuscì a diventare una farfalla.
Adriano, Chiara e Dagmar giocavano tutto il giorno a fare i bruchi. Strisciavano per terra sul tappeto cercando di imparare a volare. Ma non si sa perché l’unico che poi ci riusciva era Dagmar. A un certo punto Dagmar apriva le zampette e iniziava a galleggiare per tutta la stanza come se fosse una bolla di sapone. Ma Adriano e Chiara si arrabbiavano, le farfalle non volano mica così!!!
Angela si divertiva molto a sentire i commenti alle sue fiabe, per lei era un po’ come ritornare indietro nel tempo, quando tutti la conoscevano solo come la bambina dagli occhi blu.
Quando Adriano e Chiara facevano merenda con Angela, tutti insieme vivevano dei momenti magici ascoltando e riascoltando le loro fiabe preferite.
Erano felici, si divertivano un sacco e si sentivano speciali, perché ognuno di loro sapeva di essere voluto bene. Il loro mondo era ricco di favole e questo rendeva anche la loro vita di tutti giorni favolosa e ricca di meravigliose avventure.
Leggere le fiabe gli aveva insegnato a guardare tutto con le lenti a contatto “favolizzanti”. Per esempio Chiara che una volta si era impiastricciata i capelli con la gomma da masticare, raccontava quell’episodio come se si trattasse di una meravigliosa avventura, e Adriano che quando era più piccolo non voleva giocare con gli altri bambini ma preferiva giocare da solo, raccontava il tutto come una bellissima storia, anche se la più brava di tutte a raccontare favole restava sempre Angela col suo incantesimo del tempo e le sue farfalle.
Da allora in poi, anche quando Adriano e Chiara diventarono grandi, continuarono a vivere la loro vita come in una fiaba, appassionandosi di storie fantastiche che un po’ erano vere e un po’ erano solo immaginate, un po’ come quando guardiamo le nuvole, che sono qualcosa di vero, ma dentro ci vediamo delle figure inventate.
Una nuvola può sembrare un enorme orsacchiotto di peluche, un’altra nuvola può assomigliare a un gelato, un’altra ancora ad una bicicletta. La vita di Adriano e Chiara era come una nuvola, una cosa che tutti possono vedere, ma che ognuno la vede in un modo diverso. Ci sono certe persone che vedono le nuvole e basta, per loro quelle nuvole non assomigliano a niente, e ci sono persone che nelle nuvole ci vedono un mondo intero.
La vita di Adriano e Chiara fu sempre come una nuvola, simile a tutte le altre, ma allo stesso tempo unica, meravigliosa e imprevedibile. Chissà forse Chiara e Adriano vedevano le cose in questa maniera perché da piccoli avevano letto un libro, Nuvole di Favole, che finiva con questa frase:
“Guardate la vostra vita, come guardate le nuvole.”

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